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Tra i cambiamenti in atto ai tempi di #iorestoacasa, quello dell’utilizzo e condivisione dell’arte avrà un potere curativo di alto valore socioculturale.

Il legame tra l’arte e il dramma della pandemia non è certo una novità. In quanto espressione dell’umano sentire attraverso linguaggi in grado di comunicare con l’esterno, ogni opera artistica rappresenta un’interpretazione individuale, ma immersa in un contesto con il quale inevitabilmente interagisce.

Così fenomeni di portata storica come le ondate di peste che flagellarono l’Europa tra il XIV e XVII secolo, l’influenza spagnola e persino l’HIV sono stati immortalati nel corso dei secoli da letterati e artisti visivi con la forza della sintesi creativa. E non sarà certamente immune a tale processo il più attuale Coronavirus: al di là dell’incidenza e delle caratteristiche specifiche di ogni pandemia, valutabile esclusivamente all’interno del proprio quadro di riferimento, la malattia che ci sta imponendo il coprifuoco (con la stessa fermezza monarchica espressa nel nome) si configura infatti come un elemento destabilizzante, in grado di alterare equilibri socioeconomici e di scuotere pertanto anche le singole coscienze.

Capire la pandemia, esternare il dolore, esorcizzare la morte

Dallo storico ateniese Tucidide nella Guerra del Peloponneso, a Boccaccio nel Decamerone, a Manzoni nei Promessi Sposi. Dalla miniatura che raffigura i cittadini di Tournai in Belgio mentre seppelliscono le vittime della peste del XIV sec., a Tintoretto in San Rocco risana gli appestati, a Munch che si autoritrasse dopo aver superato la febbre spagnola. La storia dell’arte e della letteratura occidentale (e non solo) è disseminata di narrazioni e interpretazioni delle morie più temute e sconvolgenti.

E se inizialmente prevale il carattere descrittivo della pandemia, dei suoi sintomi e inevitabili effetti sulla società, con intenti di volta in volta documentaristici, lirici o apocalittici, il messaggio evolve verso una chiave simbolista e onirica in epoca romantica, fino all’emergere della soggettività, che “deforma” e scompone la realtà a seconda degli stati d’animo dell’artista in una continua ricerca di tecniche e materiali.

Quale sia stata la motivazione che ha mosso l’artista, la sua opera è in grado di comunicare con linguaggi comprensibili quali parole, immagini, suoni. Ed è quindi grazie all’esperienza tradotta nella creazione dell’arte che ogni fatto, anche il più temibile, può iniziare a essere capito, assimilato, e di conseguenza affrontato con la capacità di esternare angosce e incertezza, affrancando l’interiorità impalpabile con qualcosa di tangibile. È quel che già Aristotele chiamava catarsi artistica: attraverso la rappresentazione delle passioni individuali, le si rende oggettive per riuscire a controllarle, diventando partecipi di un rito sociale collettivo.

Interessante in epoca moderna la “scultura vitrea” dell’artista britannico Luke Jerram: partendo dagli ingrandimenti al microscopio di virus potenzialmente letali come il vaiolo, l’HIV, la SARS, Jerram ha creato capolavori potenzialmente fragili come il cristallo ed estremamente esatti dal punto di vista scientifico (anche la trasparenza è infatti una caratteristica naturale di virus e batteri). In tal modo non solo li ha “monumentalizzati”, rendendone palese la forma ai più sconosciuta, ma li ha anche “depotenziati”, sostituendo la loro forza distruttrice con l’incanto della bellezza.

La creatività come reazione al Coronavirus

Intanto, ai tempi della permanenza forzata tra le mura domestiche dovuta al contenimento del contagio da Covid-19, nascono iniziative che utilizzano il processo creativo e l’immaginazione come valvola di sfogo, o come il metodo più immediato per inviare messaggi universalmente riconoscibili. I canali di comunicazione per eccellenza diventano quelli digitali e di condivisione dei contenuti, in grado di raggiungere in tempo reale milioni di persone nelle loro case.

I Musei Civici di Jesi nelle Marche hanno così lanciato l’hashtag #l’arteticura, condividendo ogni giorno sui social network un’opera d’arte rivisitata, in grado di rappresentare le regole di prevenzione del contagio. Mentre a Conegliano in Veneto l’Amministrazione promuove la creazione di opere di qualsiasi genere tra la cittadinanza, che possano valorizzare i palazzi storici della città: in un momento in cui le piazze si svuotano, possono così riempirsi di sguardi più attenti.

In un Paese che possiede un patrimonio culturale e artistico tanto ricco qual è quello italiano, sono inoltre numerosissimi gli enti e i luoghi di cultura ad aver colto l’appello del ministro Dario Franceschini a non perdere il contatto con il pubblico, sfruttando i sistemi di comunicazione online per raggiungere, certo, tutti gli appassionati, ma anche i neofiti che possono, proprio in questo momento di minor vicinanza sociale, ritrovare l’unione nella scoperta e nella condivisione dell’opera d’arte.

Caso esemplificativo è quello della Galleria degli Uffizi di Firenze, impegnata nella presentazione online di foto, video e storie dei capolavori custoditi nell’ambito della campagna social #UffiziDecameron, con riferimento ai 10 giovani che nell’opera di Boccaccio si rifugiarono in campagna per sfuggire alla peste nera. Ma da nord a sud si moltiplicano le iniziative virtuali che invitano a vivere con responsabilità il delicato momento dell’isolamento forzato, senza rinunciare alle emozioni positive e alla crescita cognitiva suscitata dall’esperienza artistica.

Ecco i principali link consultabili dai propri dispositivi:

Strategie di marketing digitale a parte, mentre c’è chi studia la possibile cura per il corpo l’arte diventa quindi un rifugio, un’opportunità e persino un farmaco rivitalizzante da assumere a piacimento.

Articolo pubblicato su Il Sestante News.