Capitolo II

Ho scoperto gioie e dolori della scrittura molto presto. Un po’ per inclinazione personale, un po’ per la fortuna di aver incontrato insegnanti illuminati, che mi hanno trasmesso l’amore per il testo come espressione codificata dell’irripetibilità personale.

Questa luce ha guidato i miei passi, dall’abbondante rigurgito spontaneo iniziale, alla sperimentazione della sintesi poetica.

Ma si sa: più ti addentri in una materia, più ti accorgi che c’è ancora troppo che ti sfugge. Un concetto socratico che ritrovo espresso con tutta l’irrequietezza dell’uomo contemporaneo nelle parole dello scrittore Philip Roth, nel suo celebre capolavoro Pastorale americana:

Scrivere ti trasforma in una persona che sbaglia sempre. La perversione che ti spinge a continuare è l’illusione che un giorno, forse, l’imbroccherai. Che cos’altro potrebbe farlo? Fra tutti i possibili fenomeni patologici, questo è uno che non ti rovina completamente la vita.

Ancor mi chiedo che idea avesse di scrittura la professoressa di Lettere di IV ginnasio, che un giorno profetizzò dalla cattedra: «Voi sarete coloro che scriveranno bene in italiano», con un tono che mi parve tra il pretenzioso e il sibillino.

Certo è che il suo approccio purista e pedissequamente ancorato alla norma non è riuscito a spegnere la luce. Anzi, anche quello è stato un piccolo mattone in grado di influenzare l’architettura di queste stesse righe.