Scrivo questo articolo a pochi mesi dal termine di una splendida avventura dolce-amara, formalmente denominata Assessorato alla Cultura, Pari Opportunità, Associazionismo e volontariato nel mio piccolo Comune d’origine.

Questo per premettere che tutto ciò che segue è frutto di pensieri umilmente elaborati in conseguenza a un’esperienza reale, vissuta in prima persona con sincero impegno, la voglia di mettermi in gioco e la passione per le materie che ho seguito, oltre che per il territorio in cui sono nata e cresciuta.

Credo che la politica sia nel nostro Paese uno dei temi più inflazionati da attacchi gratuiti ed egocentrismi improduttivi, spesso da parte di chi trova nella lamentela un rapido (e sempre insoddisfatto) sollievo alle proprie frustrazioni, ma che invece ben si guarderebbe dal metterci la faccia, dedicando tempo ed energie per cambiare lo status quo dall’unica prospettiva possibile: quella interna.
Ecco, il mio seppur breve contributo lungo cinque anni l’ho dato, ed è stato emozionante, deludente e gratificante allo stesso tempo, per motivazioni e a causa di fatti o persone ovviamente diverse. Di sicuro un’esperienza che in un tempo relativamente limitato ha aumentato enormemente la mia consapevolezza di come “gira” il mondo, nel bene e nel male.
E di come “giro” e “voglio girare” io.

Cosa significa che (quasi) tutti dovrebbero amministrare?

Ho scelto un titolo dal tono provocatorio, per sottolineare come ritenga l’incarico dell’amministratore così nobile da auspicare che quante più persone possibile abbiano l’onore di ricoprirlo; ma ritengo anche che non tutti vi siano fondamentalmente adatti, rischiando addirittura di risultare nocivi alla stessa comunità che si prefiggono di amministrare.

Partirò da una riflessione: la responsabilità di cui viene investito un amministratore pubblico è unica; non c’è contratto di lavoro o legame sociale che ti porti a vivere il medesimo senso di responsabilità (un termine che letteralmente indica l’impegno a “rispondere”, dal latino respònsus) di quello assunto mediante il voto democratico.
Non si tratta di stilare una scala d’importanza, ma di riconoscere l’unicità dell’esperienza politica in quanto arte di governare la comunità, al fine di perseguire il bene collettivo. Il senso civico che ciascuno, in quanto parte di una società di individui, dovrebbe possedere, si eleva nell’esperienza politica fino a riguardare la comunità intera.

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